Il ruolo dell’errore nel mio processo creativo
Quando un quadro diventa davvero mio
All’inizio c’è quasi sempre un’immagine.
Un ricordo, una fotografia, un dettaglio visto per caso, a volte il lavoro di un altro pittore. Ma quello non è ancora un quadro. È solo un punto di partenza.
Un quadro diventa davvero mio non quando nasce l’idea, ma quando l’idea comincia a perdere controllo.
Il momento in cui smetto di seguire
All’inizio il riferimento è presente. So da dove parto.
Poi, a un certo punto, succede qualcosa di sottile: il colore prende una direzione diversa, la composizione si sposta, una pennellata apre una possibilità che non avevo previsto.
È lì che smetto di seguire l’immagine iniziale
e comincio ad ascoltare il quadro.
Quando questo accade, capisco che non sto più “facendo” qualcosa, ma lasciando accadere.
La distanza necessaria
Un quadro diventa mio quando prende distanza da ciò che lo ha generato.
Quando non sto più cercando di farlo funzionare secondo un’idea, ma secondo una necessità interna.
La pittura ha bisogno di questa distanza:
distanza dall’immagine,
distanza dall’intenzione,
a volte distanza persino dal gusto.
Solo così il quadro smette di essere corretto
e comincia a essere vero.
La grafia prende il comando
C’è un momento in cui riconosco la mia grafia sulla tela.
Non perché l’ho cercata, ma perché emerge da sola: nel ritmo, nelle esitazioni, nelle insistenze.
Quando vedo quella scrittura apparire, so che il quadro ha iniziato a parlare la mia lingua.
È in quel momento che diventa davvero mio, anche se non so ancora dove mi porterà.
In conclusione
Un quadro diventa mio quando non posso più rifarlo uguale.
Quando anche io, guardandolo, non saprei spiegare fino in fondo come ci sono arrivato.
È il segno che la pittura ha fatto il suo lavoro.
E che io, finalmente, ho fatto spazio.
Il ruolo dell’errore nel mio processo creativo
L’errore, in pittura, ha una cattiva reputazione.
È visto come qualcosa da correggere, da coprire, da eliminare.
Nel mio lavoro, invece, l’errore è spesso un alleato.
L’errore come deviazione
Quando dipingo, non tutto va come previsto.
Un colore sbagliato, una proporzione che scivola, una pennellata troppo decisa.
All’inizio sembrano inciampi.
Poi, se resisto alla tentazione di correggere subito, diventano deviazioni interessanti.
L’errore rompe il controllo
e apre strade che non avevo immaginato.
Quando il quadro risponde
Ci sono momenti in cui il quadro “resiste”.
Non viene come avevo in mente. Non obbedisce.
In quei momenti potrei forzarlo.
Oppure posso ascoltare.
Spesso è proprio l’errore a indicarmi che sto insistendo nella direzione sbagliata.
E che il quadro sta chiedendo altro.
L’errore rende vivo il gesto
Una pittura senza errori è una pittura senza rischio.
E senza rischio non c’è presenza.
Le piccole imperfezioni, le irregolarità, le sbavature controllate sono ciò che rende il gesto umano, riconoscibile, vivo.
Sono tracce del tempo e del corpo di chi dipinge.
Accettare di non sapere
Accogliere l’errore significa accettare di non sapere tutto in anticipo.
Significa lasciare che il processo conti quanto il risultato.
È una forma di fiducia:
nella materia,
nel gesto,
nel fatto che il quadro possa arrivare dove io, da solo, non arriverei.
In conclusione
Nel mio processo creativo l’errore non è qualcosa da cancellare, ma da attraversare.
È spesso lì che il quadro cambia direzione
e comincia a diventare davvero suo.
E forse, proprio per questo, anche un po’ mio.
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