La Stele di Isola Vicentina - Manoscritto ritrovato (Trascrizione dal manoscritto digitale e cartaceo rinvenuto nel 2025)

  




IL VINCOLO DI PIETRA –  IL  MANOSCRITTO RITROVATO


Il vento porta sussurri. Riporto questo manoscritto perché deve essere testimone. Il vincolo non regge più. Chi legge deve sapere: il male cammina tra noi.


Io, Andrea

Non ho un cognome. Sono nato negli anni ’80, mia madre restaurava libri antichi. Ho imparato a leggere tra margini e note escluse. Il cognome non mi serve.

Nota di Andrea:
“Quando l’impiegata dell’archivio mi disse ‘Lei risulta, ma non completamente’, capii: il mio nome doveva entrare nel vincolo. Non per scelta, ma per necessità.”

La Stele che Ricorda (nota dell'autore)

La stele sorgeva ai margini del paese, poco lontano dal fiume, dove la nebbia del mattino sembrava più densa e il silenzio più pesante. Nessuno ricordava esattamente quando fosse stata eretta. C’era chi diceva fosse romana, chi longobarda. I più anziani, però, evitavano l’argomento: la stele non ama essere ricordata, dicevano.

Andrea ci arrivò una sera di novembre, armato solo di una torcia e di una curiosità troppo grande. Stava lavorando a una ricerca sulle antiche incisioni della zona e quella pietra — alta, sottile, segnata da simboli corrosi dal tempo — lo ossessionava. Le linee incise non sembravano lettere. Erano più simili a ferite.

Quando la luce della torcia scivolò sulla superficie, Andrea ebbe un brivido. Le incisioni non erano immobili. Si muovevano. Lentamente, come se la pietra stesse respirando.

Fece un passo indietro. L’aria si fece gelida, e dal terreno salì un odore di terra bagnata… e di sangue antico.

Una voce sussurrò il suo nome.

Andrea si voltò di scatto, ma dietro di lui c’era solo la nebbia. Tornò a guardare la stele e capì l’errore: i simboli ora formavano volti. Decine. Centinaia. Volti contorti dal dolore, con bocche aperte in un urlo silenzioso.

La stele non era un monumento.

Era un sigillo.

Un tempo, molto prima che Isola Vicentina avesse un nome, qualcosa era stato sepolto lì sotto. Qualcosa che non poteva morire. I sacrifici — uomini, donne, bambini — erano stati incisi nella pietra per tenerlo dormiente. Ogni volto, una vita. Ogni simbolo, un patto.

E ora, la stele stava consumata. Le incisioni si stavano cancellando.

La storia della Stele dei Nomi Cancellati

La stele di Isola Vicentina attirò l’attenzione di Bartolomeo Pagello, umanista vicentino e allievo di Giovanni Battista Da Monte, nell’autunno del 1539. Pagello non era uno storico qualsiasi: lavorava per il capitolo di Vicenza, incaricato di catalogare iscrizioni antiche prima che venissero distrutte o riutilizzate come pietre da costruzione.

Quando la vide per la prima volta, capì che quella stele non doveva essere catalogata.

Non riportava date né dediche, solo incisioni irregolari, simili a rune. Pagello, uomo razionale, provò a ricondurle a un alfabeto venetico arcaico. Ma di notte, nella locanda, le sognava: le linee si ricomponevano formando nomi. Nomi che conosceva.

Uno di essi lo fece svegliare sudato:
Ezzelino III da Romano.

Pagello sapeva che Ezzelino era morto due secoli prima, ma sapeva anche un’altra cosa, meno nota: cronache minori parlavano di un suo ritiro forzato, ferito e prigioniero, nelle campagne a nord di Vicenza. Alcuni testi parlavano di riti, di punizioni “oltre la morte”.

Tornò alla stele con carta e carbone. Strofinando la superficie, apparvero altri nomi:

  • Cangrande della Scala

  • Alberico da Romano

  • Rolando da Piazzola

Figure legate a sangue, tirannia, massacri. Tutti uomini la cui morte era avvolta da contraddizioni.

Pagello iniziò a capire: la stele non commemorava i morti.
Li conteneva.

Nel 1314, durante le lotte tra guelfi e ghibellini, un consiglio segreto di notabili vicentini — ecclesiastici, nobili, mercenari — aveva tentato un rituale proibito: legare l’odio e la violenza dei grandi tiranni in un unico luogo, sigillandoli nella pietra. Ogni incisione era un vincolo. Ogni nome, una catena.

Ma il prezzo era alto. I nomi incisi si consumavano col tempo. E quando un nome svaniva… ciò che conteneva cercava un sostituto.

Pagello scomparve nel dicembre del 1539. Nei registri del capitolo, qualcuno cancellò il suo nome con inchiostro nero.

Nel 1797, durante l’arrivo delle truppe napoleoniche, un ufficiale francese — Jean-Baptiste Fournier, realmente documentato come disperso nella zona — ordinò di abbattere la stele per usarla come materiale. Non tornò mai al campo.

Oggi la stele è ancora lì. Le guide parlano vagamente di “monumento antico”. Ma se la osservi attentamente, sotto i simboli corrosi, puoi distinguere incisioni più recenti.

Tra nomi medievali e rinascimentali, ce n’è uno inciso con grafia moderna.

Andrea Pagello non c’è più.
Jean-Baptiste Fournier non c’è più.

E sotto, appena visibile, come se la pietra stesse ancora decidendo:

Chi verrà dopo.

LA STELE DI EZZELINO

Cronaca di ciò che non volle morire


I — La Pietra che non ha data

La stele di Isola Vicentina sorgeva ai margini del paese, dove il fiume cambia corso e la nebbia ristagna anche quando il cielo è limpido. Non compariva in nessun catasto antico. Non aveva iscrizioni leggibili, né data, né dedicatario. Eppure non era mai stata spostata.

Le cronache la citavano sempre di sfuggita.

“…una pietra longa et muta, che li villani evitano.”
Anonimo vicentino, XIV secolo

Era alta poco più di due metri, sottile, leggermente inclinata verso nord, come se ascoltasse qualcosa sotto la terra. La superficie era segnata da incisioni che nessuno riusciva a classificare: non latine, non venetiche, non runiche. Più simili a cicatrici che a lettere.

Gli anziani dicevano che non fosse un monumento.
I preti dicevano che non fosse cristiana.
Gli studiosi dicevano che non fosse nulla di importante.

Ma Ezzelino III da Romano sapeva cos’era.


II — Ezzelino, il corpo che non si arrese

Le cronache ufficiali affermano che Ezzelino morì nel 1259, a Soncino, per le ferite riportate in battaglia. Ma esiste una seconda tradizione, meno diffusa, volutamente marginale.

Un frammento conservato nell’Archivio Capitolare di Vicenza, catalogato come “Appunto senza autore”, recita:

“Il Tiranno non spirò come scritto. Fu condotto a settentrione, ancora vivo, ché la sua morte avrebbe nutrito la sua ombra.”

Secondo questa tradizione, Ezzelino non era solo un uomo violento.
Era qualcosa che traeva forza dal terrore che generava.

I massacri, le torture, le esecuzioni pubbliche: non erano solo strumenti politici. Erano nutrimento.

Quando i suoi nemici compresero che ucciderlo apertamente avrebbe trasformato Ezzelino in un martire — o peggio, in un simbolo eterno — decisero per una soluzione diversa.

Non la morte.
La contenzione.


III — Il Patto della Pietra (1314)

Nel 1314, durante il caos delle lotte tra guelfi e ghibellini, un consiglio segreto si riunì fuori Vicenza. Nobili, ecclesiastici, notai. I nomi non compaiono negli atti ufficiali.

Ma esiste una copia clandestina, attribuita a un notaio di nome Rolando da Piazzola, ritrovata mutila:

“Non si può distruggere ciò che è già divenuto memoria.
Si può solo legarlo.”

Il rituale — descritto con linguaggio giuridico, non religioso — prevedeva di incidere nella pietra i nomi di coloro che avevano generato terrore sufficiente a rinforzare Ezzelino. Ogni nome diventava una catena. Ogni catena sottraeva forza al nucleo.

Ezzelino non era inciso come un nome qualunque.

Il suo nome non compare.

Era la pietra stessa.

La stele fu eretta sopra una fossa profonda. Non come lapide, ma come sigillo. Le incisioni rappresentavano le vite spezzate che lo avevano reso ciò che era. Più nomi, più stabile il vincolo.

Ma il patto aveva una clausola finale, annotata in margine:

“Il segno si consumerà.
E allora dovrà essere rinnovato.”


IV — Bartolomeo Pagello (1539)

Nel 1539, l’umanista Bartolomeo Pagello, allievo di Giovanni Battista Da Monte, ricevette l’incarico di catalogare iscrizioni antiche nel territorio vicentino.

Nel suo taccuino personale — ritrovato incompleto — scrisse:

“Questa pietra non vuole essere letta.
Ogni segno resiste allo sguardo.”

Pagello tentò calchi, disegni, strofinature. Di notte sognava la stele che sudava nomi. Alcuni erano medievali. Altri più antichi. Tutti legati a violenza, tirannia, sterminio.

Una notte riconobbe chiaramente una sequenza:

EZ—ZE—LI—NO

Non inciso.
Sottostante.

Pagello comprese ciò che i suoi predecessori avevano taciuto:
la stele non conservava il passato.

Lo impediva di tornare.

Nel dicembre del 1539, Pagello scomparve. Nei registri del capitolo il suo nome venne cancellato con una linea d’inchiostro così spessa da bucare la carta.

Sulla stele apparve un’incisione nuova.


V — L’erosione

I secoli passarono. Le incisioni si consumarono lentamente. Pioggia, gelo, incuria. Ogni nome che svaniva indeboliva il vincolo.

Nel 1797, l’ufficiale francese Jean-Baptiste Fournier, documentato come disperso, ordinò di abbattere la stele per riutilizzarne la pietra.

Non tornò mai.

Un rapporto militare annota:

“La pietra non fu rimossa.
Gli uomini rifiutarono.”

Nel 1918, un fulmine colpì la stele. Non la spezzò.
Le incisioni divennero più profonde.

Come se qualcosa, sotto, avesse reagito.


VI — Epoca contemporanea

Nel 2024, Andrea, ricercatore indipendente, tornò alla stele con una torcia e una tesi da completare. Credeva alle fonti minori. Ai margini. Alle incongruenze.

Quando illuminò la superficie, vide ciò che Pagello aveva visto.

I segni si muovevano.

Non cambiavano forma.
Cambiavano significato.

I volti emersero dalla pietra. Le bocche aperte. Gli occhi scavati. Non urlavano.

Aspettavano.

Andrea capì allora la verità finale, quella mai scritta nei documenti:

Ezzelino non poteva tornare finché qualcuno lo ricordava come prigioniero.
Ma se il ricordo si fosse spezzato…
se il sigillo fosse rimasto senza nomi…

La terra tremò. Una crepa si aprì alla base della stele.

Una voce, antica e ferma, parlò senza suono:

La pietra è stanca.

Il mattino dopo, la stele era intatta.
Una nuova incisione, fresca, umida.

ANDREA

Sotto, più in profondità, qualcosa che non era un nome.

Un battito.

Ezzelino non era mai morto.
Aveva solo imparato ad aspettare.

E la stele, ora, non cresce più verso il cielo.

Scende.

LA STELE DI ISOLA VICENTINA E IL PROBLEMA DELLA “MORTE” DI EZZELINO III DA ROMANO

Appunti per una revisione critica delle fonti minori vicentine


Premessa metodologica

Il presente lavoro non intende proporre una nuova lettura “sensazionalistica” della figura di Ezzelino III da Romano, bensì riesaminare una serie di fonti marginali, escluse dal canone storiografico, che presentano una coerenza interna sorprendente se considerate nel loro insieme.

Tali fonti — lettere private, atti notarili incompleti, mappe non ufficiali e cronache anonime — convergono tutte su un unico punto geografico: una stele priva di data situata nel territorio dell’attuale Isola Vicentina.


I — Inquadramento geografico

La “Zona muta” nelle mappe medievali

Una mappa attribuita al cartografo veronese Pietro da Lendinara (fine XIII secolo), conservata in copia presso l’Archivio di Stato di Padova, mostra un’anomalia evidente.

A nord di Vicenza, tra il Bacchiglione e un affluente minore oggi interrato, compare un’area deliberatamente lasciata bianca, senza toponimo.

Nel margine, una nota:

“Hic locus non signatur.”
(Questo luogo non si segna.)

Una seconda mappa, di metà XIV secolo, utilizza un simbolo insolito: una linea verticale isolata, priva di legenda. Confrontando le proporzioni, la posizione coincide esattamente con il sito della stele.

Nessuna delle due mappe indica strade che attraversino l’area.


II — La morte di Ezzelino: incongruenze documentarie

La morte di Ezzelino nel 1259 è attestata, ma non descritta. Le cronache parlano di ferite, di prigionia, di fine imminente. Nessuna descrizione del corpo. Nessuna sepoltura certa.

Una lettera privata, attribuita a Gerardo da Camposampiero, indirizzata a un canonico vicentino (1259), afferma:

“Non si osa dargli tomba, ché la terra lo rigetta.”

Ancora più inquietante è un appunto marginale in una copia tardiva della Cronaca Rolandina:

“Non morì come gli altri, ma fu tolto alla vista.”

“Tolto”, non sepolto. Non cremato.
Sottratto.


III — L’Atto di Vincolo (1314)

Nel fondo notarile di Vicenza è conservato un frammento privo di intestazione, attribuito paleograficamente ai primi decenni del XIV secolo. Il linguaggio è giuridico, non liturgico.

“…si conviene che il soggetto non sia nominato,
ché il nome lo rafforza.”

Segue un elenco di individui storici — Alberico da Romano, Rolando da Piazzola, Cangrande della Scala — con accanto una formula ripetuta:

“Inscriptio pro vinculo.”
(L’iscrizione come vincolo.)

Non si parla di commemorazione.
Si parla di contenimento.

L’atto si interrompe bruscamente con una frase isolata:

“La pietra regge finché ricorda.”


IV — La Stele come dispositivo giuridico

Bartolomeo Pagello, umanista del XVI secolo, fu il primo a tentare una catalogazione sistematica della stele.

Nel suo quaderno personale (Biblioteca Bertoliana, ms. 417), annota:

“Non è lapis memoralis, ma lapis obligans.”
(Non pietra che ricorda, ma che obbliga.)

Pagello descrive incisioni che non mantengono forma stabile, ma che sembrano “reagire” alla luce e al contatto. Riconosce nomi storici solo dopo ripetute osservazioni notturne.

Ultima annotazione leggibile:

“Ezzelino non è scritto perché è scritto ovunque.”

Pagello scompare nel dicembre 1539.
Negli atti del capitolo il suo nome viene raschiato via, non cancellato.


V — Erosione e rinnovamento del vincolo

Le fonti successive parlano di interventi falliti sulla stele.

  • 1797: rapporto militare francese — “gli uomini rifiutarono di toccarla”

  • 1918: fulminazione senza danni strutturali

  • 1963: tentativo di recinzione abbandonato dopo una settimana

Ogni evento coincide con testimonianze di nuove incisioni, mai ufficialmente registrate.

Un custode comunale, intervistato nel 1984, dichiarò:

“Non è sempre la stessa.”


VI — Epoca contemporanea

Il problema della sostituzione

Nel 2024, il ricercatore indipendente Andrea (cognome omesso negli archivi digitali) confrontò tutte le fonti minori e giunse a una conclusione radicale:

La stele non è un monumento passivo.
È un contratto a durata limitata.

Quando i nomi incisi si consumano, il vincolo si indebolisce.
Quando il vincolo si indebolisce, qualcosa chiede di essere rinnovato.

Nel suo ultimo appunto digitale, sincronizzato alle 02:14:

“Non contiene Ezzelino.
Lo ritarda.”

Il file termina lì.


Conclusione (provvisoria)

La storiografia ufficiale considera la stele di Isola Vicentina un oggetto di interesse locale, privo di valore storico certo.

Tuttavia, nessuna fonte spiega:

  • perché non sia mai stata rimossa

  • perché compaia in mappe senza nome

  • perché i documenti parlino di vincolo, non di memoria

Forse perché ammettere che Ezzelino non sia mai morto, ma solo trattenuto, significherebbe riconoscere che la storia non è lineare.

E che alcune figure non finiscono.

Aspettano.

LA STELE DI ISOLA VICENTINA E IL PROBLEMA DELLA “MORTE” DI EZZELINO III DA ROMANO

Saggio critico con apparato documentario e iconografico


Avvertenza editoriale

Il presente studio è stato inizialmente concepito come revisione delle fonti minori vicentine relative alla figura di Ezzelino III da Romano. Nel corso della ricerca, tuttavia, è emersa una quantità di anomalie documentarie tali da rendere impossibile una conclusione definitiva.

Il testo viene quindi pubblicato nello stato in cui si trova, senza ulteriori tentativi di armonizzazione.


I — Fonti cartografiche e il problema del “vuoto segnato”

Le mappe medievali del territorio vicentino presentano un’anomalia persistente: una zona a nord della città che non viene nominata, pur essendo attraversabile e coltivata.

Nella Carta agro-vicentia attribuita a Pietro da Lendinara (c. 1298), l’area è lasciata intenzionalmente priva di simboli. Una nota marginale recita:

*“Hic locus non signatur, ne signando detur memoria.”*¹

Il riferimento alla memoria è cruciale. In nessun altro documento cartografico coevo compare una simile precauzione lessicale.


II — Ezzelino e l’assenza del corpo

Le cronache principali concordano sulla prigionia di Ezzelino nel 1259, ma divergono radicalmente sul destino del corpo.

Una lettera privata di Gerardo da Camposampiero afferma:

*“Non fu mostrato, né lavato, né veduto.
Così fu stabilito.”*²

La formula “così fu stabilito” rimanda a una decisione collegiale, non a un evento naturale.

Un’aggiunta marginale alla Cronaca Rolandina (ms. tardo-trecentesco) specifica:

*“Il suo corpo non poteva essere terra,
ché la terra lo avrebbe restituito.”*³


III — L’Atto di Vincolo e la natura giuridica della stele

Il frammento notarile del 1314 — noto come Actum de Lapide — utilizza un lessico esclusivamente legale.

*“…si pone segno non ad honorem,
ma ad obligationem.”*⁴

I nomi elencati non sono defunti comuni, ma figure storiche accomunate da violenza sistemica. Ogni nome è seguito dalla formula inscriptio pro vinculo.

Il nome di Ezzelino non compare.

Una nota finale, vergata con mano diversa, aggiunge:

*“Colui che è causa non si scrive.”*⁵


IV — Bartolomeo Pagello e la prima interpretazione moderna

Pagello definisce la stele lapis obligans, intuizione straordinariamente moderna.

Nel ms. 417 della Biblioteca Bertoliana, egli annota:

*“Le lettere non stanno ferme.
Consumandosi, chiedono altro.”*⁶

L’ultima pagina leggibile contiene una frase isolata:

*“La pietra non ricorda più abbastanza.”*⁷

Pochi giorni dopo, Pagello scompare.
Il suo nome viene raschiato dai registri, non cancellato.


V — Apparato iconografico

Descrizione delle fotografie

Figura 1
Fotografia in bianco e nero, 1912.
La stele appare più sottile rispetto alle misurazioni odierne. Le incisioni sono appena visibili. La superficie è opaca.

Figura 2
Fotografia a colori, 1974.
Compaiono linee più profonde, non registrate in precedenza. La base presenta una frattura assente nelle immagini precedenti.

Figura 3
Fotografia digitale, 2023.
Le incisioni risultano irregolari, alcune sembrano sovrapporsi ad altre più antiche. La stele appare più alta di circa 7 cm rispetto al rilievo del 1912.⁸

Figura 4
Dettaglio notturno, 2024.
Ripresa con luce radente. Le incisioni producono ombre che non corrispondono alla profondità reale. Alcune forme ricordano volti.





VI — Il problema dell’erosione selettiva

L’erosione naturale non spiega un dato fondamentale:
i nomi più antichi sono i più consumati.

Se la stele funzionasse come semplice monumento, l’usura sarebbe uniforme. Invece, i segni sembrano svanire in ordine cronologico di iscrizione.

Un custode comunale (intervista non registrata, 1984):

“Quelli vecchi non si leggono più.
Ma ne compaiono altri.”⁹


VII — Epoca contemporanea: la crisi del vincolo

Nel 2024, il ricercatore Andrea (cognome omesso) confrontò mappe, fonti e immagini storiche.

Nel suo ultimo file di lavoro, salvato automaticamente alle 02:14, si legge:

“Il vincolo non è eterno.
Era previsto che fallisse.”

Segue una frase isolata:

“Non servono più nomi.”

Il file termina con una fotografia non catalogata: la base della stele, dove una frattura lascia intravedere terra scura e compressa, come se fosse stata mossa dall’interno.


Conclusione incompleta

Se la stele di Isola Vicentina è davvero un dispositivo di contenimento — e le fonti suggeriscono che lo sia — allora il suo funzionamento dipendeva da due elementi:

  1. La memoria incisa

  2. La sostituzione

Oggi, le incisioni si consumano più rapidamente di quanto vengano registrate.
Le mappe moderne riportano il luogo senza avvertenze.
La stele non è più evitata.

Forse perché non è più sufficiente.

Una nota a margine, comparsa in una stampa recente di questo stesso saggio, recita:

“Non è più legato alla pietra.”

Non è chiaro chi l’abbia scritta.


Note

¹ Archivio di Stato di Padova, Cart. 27
² Lettera privata, fondo Camposampiero
³ Cronaca Rolandina, ms. 214, glossa marginale
⁴ Fondo notarile vicentino, frammento 1314
⁵ Ibid., mano seconda
⁶ Pagello, Quaderno personale, c. 12r
⁷ Ibid., c. 19v
⁸ Confronto metrico non spiegabile
⁹ Testimonianza orale, non verbalizzata



Note dell'autore: 

Quando Ezzelino III da Romano fu catturato nel 1259, le cronache parlarono di ferite, di catene, di una morte imminente. Ma nessuno descrisse mai il corpo. Nessuno parlò di sepoltura. Nessuna chiesa ne reclamò le spoglie.

Una lettera privata, scritta da Gerardo da Camposampiero a un canonico vicentino, diceva soltanto:

“Non fu mostrato. Così fu stabilito.”

Stabilito da chi, non veniva detto.

Alcuni testi minori suggerivano che il problema non fosse la morte di Ezzelino, ma ciò che la sua morte avrebbe lasciato. Perché Ezzelino non era stato solo un tiranno. Era stato una concentrazione di violenza così sistematica da diventare qualcosa di diverso da un uomo.

Ogni strage, ogni tortura pubblica, ogni città terrorizzata non lo aveva indebolito. Lo aveva nutrito.

Ucciderlo apertamente avrebbe significato fissarlo nella memoria collettiva. Renderlo eterno.

Così, qualcuno prese un’altra decisione.


II

Nel 1314, in pieno caos politico, un consiglio ristretto si riunì fuori dalle mura di Vicenza. Nobili, notai, uomini di chiesa. Non lasciarono verbali ufficiali. Ma un frammento notarile, scritto in un latino asciutto e giuridico, sopravvisse.

Non parlava di sepoltura.
Parlava di vincolo.

Il testo diceva che ciò che non poteva essere distrutto doveva essere obbligato. Non onorato, non ricordato, ma legato. La soluzione fu una pietra eretta sopra una fossa profonda, in un luogo che le mappe avrebbero evitato di nominare.

Sulla pietra non venne inciso il nome di Ezzelino.

Il suo nome lo avrebbe rafforzato.

Vennero incisi altri nomi. Uomini che avevano generato abbastanza terrore da poter funzionare come catene: Alberico da Romano, Cangrande della Scala, Rolando da Piazzola. Ogni nome una sottrazione. Ogni incisione una parte di memoria deviata dalla sua origine.

Ezzelino non era la scritta.

Era ciò che la scritta teneva fermo.

La stele non commemorava.
Funzionava.


III

Per secoli, il vincolo resse.

Le mappe lasciavano bianco quel punto. Le strade lo aggiravano. I contadini non vi costruivano sopra. La pietra rimaneva lì, muta, mentre le incisioni lentamente si consumavano.

Nel 1539, Bartolomeo Pagello, umanista e catalogatore di iscrizioni antiche, si fermò davanti alla stele più a lungo degli altri. Cercava lettere. Trovò resistenza.

Nel suo quaderno scrisse che le incisioni non mantenevano forma stabile. Che alla luce del giorno sembravano una cosa, e di notte un’altra. Che non erano pensate per essere lette, ma per trattenere.

Una sera, strofinando la superficie con il carbone, vide apparire sequenze che non erano incise, ma sottostanti. Come se la pietra avesse strati.

Capì allora che Ezzelino non era mai stato scritto perché era scritto ovunque.

L’ultima frase del suo quaderno diceva:
“La pietra non ricorda più abbastanza.”

Pagello scomparve poco dopo. Nei registri del capitolo, il suo nome venne raschiato via, come se non dovesse più reggere nulla.

Sulla stele apparve un segno nuovo.


IV

Col tempo, l’erosione accelerò.

I nomi più antichi furono i primi a scomparire. Non per caso. In ordine. Come se il vincolo si stesse sciogliendo seguendo una logica interna.

Nel 1797, un ufficiale francese ordinò di abbattere la stele per riutilizzarne la pietra. I soldati rifiutarono. L’ufficiale scomparve quella notte.

Nel 1918, un fulmine colpì la stele. Non la spezzò. Le incisioni divennero più profonde.

Nel 1974, una fotografia mostrò una frattura alla base che prima non esisteva.

Nel 2023, confrontando le immagini, si scoprì che la stele era più alta di sette centimetri rispetto a un secolo prima.

Nessuno seppe spiegare come.


V

Andrea arrivò lì nel 2024, con una torcia e una tesi che nessuna università aveva voluto seguire. Aveva letto tutto ciò che era stato scartato: mappe incomplete, lettere private, note a margine.

Sapeva che la stele non era un monumento.
Era un contratto.

Di notte, con la luce radente, vide ciò che gli altri avevano solo intuito. Le incisioni non erano consumate. Si stavano spostando. Alcune si sovrapponevano. Altre scomparivano del tutto.

Le ombre formavano volti.

Non urlavano. Non minacciavano.

Aspettavano.

Andrea capì allora l’errore originario. Il vincolo non era eterno. Era stato progettato per guadagnare tempo. Secoli, forse. Non millenni.

E ora i nomi non bastavano più.

Nel suo ultimo appunto scrisse:
“Non serve più incidere. Non è più legato alla pietra.”

Poi fotografò la base della stele. La frattura era diventata una fessura. Da lì usciva un odore di terra compressa, come da una tomba appena smossa.

O come da qualcosa che aveva respirato a lungo.


VI

Il mattino dopo, la stele era intatta.
Un’incisione nuova, fresca, ancora umida.

Il nome di Andrea.

Sotto, più in profondità, non c’era un nome.
C’era un battito.

Le mappe moderne ora segnano quel luogo senza avvertenze.
I sentieri lo attraversano.
La pietra non è più evitata.

Perché non serve più.

Ezzelino non è tornato.
Non ancora.

Ma non è più fermo.

E la stele, che per secoli aveva trattenuto la memoria per impedire il ritorno, ora fa l’unica cosa che le resta:

Scendere.

Lentamente.

Portando con sé ciò che non ha mai smesso di vivere.



Note dell'autore ritrovatore del manoscritto

Faccio un riassunto storico-fittizio dettagliato di tutti i personaggi presenti nel manoscritto. Includerò Bartolomeo Pagello, Ezzelino e tutti gli altri citati, spiegando chi erano, perché compaiono  e quale ruolo hanno nel vincolo.


Glossario dei personaggi de “Il vincolo di pietra”


Ezzelino III da Romano (1194-1259)

  • Ruolo storico reale: Signore di Verona, Vicenza e altre città del Nord Italia. Celebre per il suo governo spietato, crudele, spesso definito tirannico.

  • Nel manoscritto: Non muore come riportano le cronache ufficiali. È l’essenza della violenza, il nucleo oscuro che la stele cerca di contenere. La sua forza deriva dal terrore che genera, non dalla sua carne. La stele lo trattiene, ma non lo annulla.


Bartolomeo Pagello (1493-1540, fittizio)

  • Ruolo storico-fittizio: Umanista e catalogatore di iscrizioni antiche nel Vicentino. Studioso delle lapidi medievali e appassionato di testi marginali e manoscritti rari.

  • Nel manoscritto: È il primo a comprendere la vera natura della stele, definendola lapis obligans (“pietra che obbliga”) invece di lapis memoralis. Nota che le incisioni reagiscono alla luce, mutano forma e non sono pensate per essere lette, ma per trattenere ciò che deve rimanere fermo.


Andrea (nato negli anni ’80, senza cognome)

  • Ruolo reale/fittizio: Ricercatore indipendente, appassionato di storia minore e testi marginali. Cresce tra archivi e biblioteche grazie alla madre restauratrice.

  • Nel manoscritto: È il protagonista narratore in prima persona. Arriva alla stele nel 2024, osserva le incisioni muoversi e comprende che il vincolo sta fallendo. Il cognome mancante è simbolico: rappresenta il distacco da legami, discendenze e memoria storica, necessario per sostituirsi nel vincolo.


Gerardo da Camposampiero (fittizio)

  • Ruolo storico-fittizio: Canonico o nobile vicentino del XIII secolo, conoscitore degli eventi legati alla cattura di Ezzelino.

  • Nel manoscritto: Scrive a un canonico vicentino che Ezzelino non fu mostrato al pubblico. Serve come testimone secondario della decisione di contenere Ezzelino invece di seppellirlo.


Alberico da Romano (fittizio/ispirato a persone storiche)

  • Ruolo storico reale/fittizio: Membro della famiglia da Romano, spesso associata alla politica e alla guerra del Trecento.

  • Nel manoscritto: È uno dei nomi incisi nella stele come “catena” del vincolo.


Cangrande della Scala (1291-1329, reale)

  • Ruolo storico reale: Signore di Verona, famoso condottiero e patrono delle arti.

  • Nel manoscritto: Comparso come uno dei nomi incisi nella stele per rafforzare il vincolo. La sua fama militare e la capacità di generare timore vengono reinterpretate come energia che sostiene il contenimento di Ezzelino.


Rolando da Piazzola (fittizio)

  • Ruolo fittizio: Notaio vicentino dei primi decenni del XIV secolo, autore del frammento notarile che descrive la funzione della stele.

  • Nel manoscritto: Scrive la formula dell’inscriptio pro vinculo, spiegando che la pietra non commemora, ma obbliga.


Custodi e testimoni anonimi

  • Nel corso dei secoli, varie testimonianze descrivono episodi legati alla stele: rifiuto dei soldati francesi nel 1797, fulmine del 1918, frattura osservata nel 1974.




  • Ronald Menti


    Da "SEMO VENETI"
    La stele di Isola vicentina è una lastra di pietra basaltica, di forma irregolare, con un’iscrizione e alfabeto venetici risalente al IX secolo ac.
    L’iscrizione, integra, si dispone su quattro righe, la scrittura va da destra a sinistra e da sin. a destra. con un capovolgimento irregolare delle lettere a righe alterne, non c’è divisione tra le parole.
    L’alfabeto è quello tipico del territorio, con la T a croce (X) e la M a quattro tratti.
    IAT.S.VENE.T.K
    ZENES.LAIONS.
    ME.U.VHASTO
    In traduzione interpretativa: IATS VENETKENS OST KE ENOGENENS LAIONS MEU FASTO.
    Il senso generale dell’iscrizione è nell’ultima parte: meu fasto corrisponde, con picole variazioni, alle parole venetiche già note mego e fagsto e significa “mi fece” (veneto moderno “me ga fato” )… la mancanza di contesto archeologico non ci permette di sapere se è un contesto religioso o civile.
    Per quanto riguarda le altre forme, iats, osts, enogenes, sono già noti da altre iscrizioni venetiche, di particolare importanza è la parola VENETKENS, perché è la prima attestazione in assoluto nel Veneto di un aggettivo derivato dal nome della popolazione stessa dei Veneti.
    La struttura dell’iscrizione pone alcune difficoltà, perché deve conciliare il verbo al singolare con la presenza di cinque forme al nominativo (iats, venetkens, osts, enogenes, laions) da riferire tutte alla stessa persona.
    Secondo una possibile interpretazione, Iats è il nome proprio, e gli altri termini sono aggettivi riferentesi alla sua posizione nella società. “osts”, straniero, ospite, “enogenes” nativo, letteralmente ‘nato dentro’, “laions" potrebbe essere un etnico (forse del popolo celtico dei Laevii). In conclusione potrebbe trattarsi di un personaggio di origine straniera (celtica?), ma ormai inserito nel mondo veneto.
    di Centro Studi la Runa












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